HomePubblicazioniLa Coscienza: il potere invisibile
L’illuminazione è come la luna riflessa sull’acqua. La luna non si bagna, né l’acqua si rompe. Anche se la sua luce è ampia e grande, la luna si riflette anche in una pozzanghera di un centimetro. L’intera luna e l’intero cielo si riflettono in una goccia di rugiada sul prato.
Dogen Zenji

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Siamo cosi abituati a usare la parola coscienza che diamo per scontato di sapere di che cosa si tratti.
La definizione che ne da Zanichelli è: <<consapevolezza che l’uomo ha di sé, del proprio corpo, delle sensazioni, delle proprie idee e dei fini delle proprie azioni>>.
Questa definizione manca tuttavia di specificare con chiarezza il presupposto fondamentale grazie cui l’uomo può essere consapevole del corpo, sensazioni, idee ecc, del mondo stesso.

Questo presupposto è lo stato d’esistenza, di presenza conscia, ciò che chiamiamo coscienza. Solamente se esiste, se sente e sa d’essere presente, l’uomo può in seguito diventare consapevole di alcunché, di percepire.

La coscienza compare insieme con il corpo conferendo il senso d’esistenza, di presenza. La coscienza e il corpo sono contemporanei, perciò sarebbe corretto affermare che ciò che nasce è una coscienza-corpo.
La coscienza universale si trova allo stato latente o, come direbbe il fisico David Bohm  “implicata” in tutto quello che ha vita, cioè, in tutte le forme che la materia assume.

“Ciò che è latente nelle forme, anche le più primitive – afferma Nisargadatta Maharaj, il grande saggio dell’Advaita Vedanta – è capace di qualsiasi cosa. Ciò che possiede un potenziale illimitato è sfortunatamente limitato dalla forma in cui sì trova… Questo principio primo permea tutte le cose, ma si manifesta nel modo più alto nel corpo umano, ove prende conoscenza del fatto: “ Io sono”.”

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La coscienza, l’esistenza, è simile a un attore trasformista che interpreta mirabilmente tutte le parti. In realtà la coscienza non è solo l’attore, ma anche l’autore, il produttore, il regista, lo sceneggiatore e i tecnici di scena.

Essa però, non compare mai direttamente sulla scena, rimane invisibile, immanifesta, inafferrabile,” implicata” come direbbe Bohm.

Da quest’intelligenza infinita sorge e in essa vive e si trasforma incessantemente tutto ciò che esiste, tutti gli universi presenti, passati e futuri ivi compresi i miliardi d’esseri umani.
E’ priva di forma, struttura, dimensione, è dietro e dentro ogni cosa, ma sfugge a ogni tentativo di esplicarla in modo rigido; è uno stato di presenza costante, uno sfondo.
Essa semplicemente é.

Ed essendo la stessa per tutti non ha nulla di personale, d’individuale, anzi, è universale. Essendo universale è quindi impersonale. Ecco perché, usando lo stesso concetto io, inconsapevolmente ci riferiamo alla stessa e unica coscienza; è essa che si manifesta come Io sono attraverso tutte le forme.

Se ci riflettessimo adeguatamente, questa conoscenza apparirebbe chiara e limpida. Pensa alla tua esperienza diretta e verificalo.

Ogni volta che è chiesto a una persona di presentarsi, di dire chi è, non risponde forse dicendo innanzi tutto: << Io sono…>>?
Ti sei mai chiesto, perché, nonostante ognuno di noi abbia un nome diverso, nel riferirsi a sé, anziché usare il proprio nome dice io? Perché ci sono tanti nomi diversi, se tutti poi si riducono allo stesso e unico pronome personale?

 

Forse, è sorto anche in te il dubbio che questo io sia in realtà uno solo, universale e che solo le forme specifiche attraverso cui si manifesta siano diverse e quindi abbiano dei nomi differenti.

Ritornando alla nascita della coscienza, essa rimane per un certo tempo in uno stato simile al sonno profondo e contiene in uno stato di latenza, sia la conoscenza della propria esistenza sia di ciò che manifesterà in seguito.

Quando la coscienza-corpo nasce, l’essere appare debole, indifeso e non reca alcuna traccia dell’enorme potenza di ciò che è in lui allo stato latente; né porta qualche indicazione dei fatti piccoli o grandi che realizzerà in seguito.

Ramana Maharshi, e come lui altri saggi, afferma a questo proposito che:
“Tutte le azioni che il corpo compirà sono prefissate sin dal momento della sua nascita”.
D’altronde, la stessa cosa accade anche con la materia; nello zigote è contenuto tutto il corpo nelle sue varie fasi d’espressione.
La coscienza–corpo che appare nella manifestazione come bambino o bambina, è al principio impersonale.

Il bambino, secondo la psicologia evolutiva, è consapevole degli eventi, ma non di se stesso come un’entità separata. Colui che percepisce e la cosa percepita, creano un’unità, dove c’è solamente il percepire. Inoltre, la consapevolezza del neonato è senza spazio, senza tempo, senza oggetti (ma non senza eventi), scrive Ken Wilber. Il bambino pertanto, non differenzia sé dall’altro fino a 15-18 mesi circa.

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La mente, quale contenuto della coscienza, diventa attiva con la comparsa del linguaggio verbale. Il bambino inizia a pronunciare delle parole imitando i suoni che ascolta; poi, mette in relazione le parole con le “cose” (inclusi i comportamenti) cui sono associate (se non si tratta di astrazioni). Quindi, inizia a costruire delle brevi frasi compiute. Solamente a un anno circa, comincia a pronunciare le prime parole.

Se lo si osserva in questo periodo, appare chiaro che manca una qualsiasi identificazione con il corpo o con la mente. Infatti, il bambino parla di sé in terza persona usando il nome o la parola bimbo. Il linguaggio si sviluppa solamente verso i 21-24 mesi e solo allora egli è in grado di utilizzare con competenza verbi, grammatica e sintassi.

Egli cresce, e a un certo momento compare spontaneamente la conoscenza: sono, esisto. Si tratta di una percezione silenziosa, una conoscenza che non è espressa in parole, essendo il semplice senso di presenza.

Fra l’altro, è l’unica conoscenza che permane per tutta la vita senza aver bisogno di conferme dall’esterno, poiché si autoconferma. In sostanza, si tratta del fatto che tu sai senz’alcun ombra di dubbio che esisti, senza che qualcuno te lo dica, te lo confermi.

La comparsa di questa conoscenza-percezione, sembra un ridestarsi della coscienza, che precedentemente pareva in uno stato di sonno. L’esperienza si presenta grosso modo fra i due – tre anni ed è una specie di click interiore che segnala l’inizio dell’autocoscienza.

Da questo momento la coscienza diventa consapevole non solo della sua stessa esistenza, ma anche di tutto ciò che vi compare: sensazioni, sapori, odori, suoni, immagini, pensieri; inoltre, da questo momento appare l’amore che la coscienza ha per se stessa e che si manifesta nei modi più disparati e contraddittori.

Il paragone fra la coscienza e lo specchio è molto appropriato; essa riflette, infatti, qualsiasi cosa si affacci alla sua superficie.

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Lo specchio – coscienza, è innanzi tutto presente; solamente in seguito potrà riflettere qualcosa. Essa non fa distinzione fra le cose riflesse, nel senso che tutte hanno lo stesso valore, la stessa importanza. Inoltre, mentre rispecchia ciò che vi appare, osserva impassibile senza essere in alcun modo influenzata dal contenuto.
Una comprensione intuitiva di questa caratteristica della coscienza può venire dalla seguente storia Zen:

Di ritorno da un pellegrinaggio, un uomo acquista in città uno specchio, oggetto a lui ignoto. Crede di riconoscere nello specchio il volto del padre e, colmo dalla gioia, lo porta con sé. A casa, lo ripone in una cassapanca. Non ne fa parola con la moglie e di tanto in tanto, quando si sente triste e solo, va “a trovare suo padre”. E dopo, ogni volta, la moglie nota in lui un’aria strana.
Così lo spia, e un giorno lo vede aprire la cassapanca e restarvi chino a lungo. Attende che il marito si sia allontanato, quindi apre a sua volta la cassapanca e vi scorge una donna. S’infiamma di gelosia e inveisce contro il marito. Gran diverbio in famiglia!
Fortunatamente passa una monaca. Volendo rappacificare i due coniugi, si fa mostrare la cassapanca, oggetto del litigio. Nel ridiscendere dichiara: <<La cassapanca non contiene né uomo né donna: c’è soltanto una monaca!>>.

Successivamente al click dell’autocoscienza, il bambino comincia a riferirsi a sé come io, quindi passa dalla fase in cui asseriva: <<questo è Francesco>>, alla fase: <<io sono Francesco>>. Il fatto che un’unica parola, io, venga usata da tutti gli esseri umani in tutto il mondo e in tutti i tempi, significa che la coscienza sia una soltanto; semplicemente, essa si autoriconosce attraverso questo concetto.

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Quando il bambino dice io per indicarsi, fa un gesto che è universale e precisamente, indica con la mano un punto situato lievemente alla destra del centro del petto. Non si riferisce al corpo oppure a un organo particolare, ma a qualcosa d’interno e invisibile, un centro spirituale che sente essere se stesso: la coscienza, appunto, che si esprime come presenza conscia. Questo gesto permane poi per il resto della vita.

Se vuoi verificare questo fatto, puoi farlo tu direttamente oppure osservare le persone intorno a te. Attenzione però, come dice il saggio, a non confondere il dito con la luna!

Questo centro o Cuore, come lo definisce Ramana Maharshi, non va inteso alla lettera, poiché la coscienza è priva di forma, quindi anche di una qualsiasi localizzazione corporea specifica.

“Il Cuore è il centro dell’esperienza spirituale, come testimoniano i saggi. Il centro spirituale del cuore non è l’organo fisico. Tutto ciò che si può dire è che esso è il nucleo del vostro essere, ciò cui siete identici da svegli, nel sonno e nel sogno, sia che stiate lavorando o siate immersi nel samadhi”, afferma Ramana.

Ecco quindi apparire per la prima volta sulla scena il pensiero io, e la sua comparsa segna l’avvio di un processo particolare che mi piace chiamare incantesimo.
Entrando nei dettagli di questo processo, si renderà chiaro com’è apparsa la convinzione d’essere un soggetto, un’entità individuale.

 


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