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Alla scoperta del soggetto

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In tutto il mondo migliaia di persone sono alla ricerca di se stessi, della propria identità, altrimenti chiamata illuminazione, risveglio, autorealizzazione, satori, identità suprema, moksha, liberazione, nirvana, samadhi, realizzazione, ecc.
Che cosa c’é di cosi prezioso nell’illuminazione?
La Gioia. La Pace. L’amore. Il senso di Unità con Tutto e Tutti. Ricordare la nostra vera identità e molto altro ancora.

Quest’articolo è messo a disposizione dei ricercatori spirituali e di coloro che, attraverso la connessione con il dono spirituale

 Joyfield - Il Campo della Gioia sono pronti a fare un salto evolutivo nella loro ricerca e consapevolezza di sé, e aiutare altri a fare altrettanto, affinché la terra diventi il Pianeta della Gioia-

JoyNet - Planet Of JoyL’illuminazione può essere vista come un processo di cambiamento da uno stato presente o attuale, in cui si ritiene di non esseri illuminati, a uno stato desiderato caratterizzato, invece, dalla presenza della “verità” o illuminazione.

La realizzazione dello stato desiderato, dell’illuminazione quindi, presuppone l’esistenza di un soggetto che cerca e di un oggetto che è, appunto, cercato.

Il soggetto è l’io “qua dentro”, mentre l’oggetto è “qualcosa” che si trova in un altro stato, in un’altra parte di sé. Nel caso della ricerca di sé, il soggetto è l’io, il ricercatore, e l’illuminazione è l’oggetto cercato.

                             SOGGETTO                 OGGETTO

ambasciatori joynet - Copia

Lo schema di pensiero: soggetto qua dentro – oggetto là fuori (o in un altro stato), è il nostro modo comune di rappresentarci la percezione di qualsiasi cosa.
Si tratti della percezione di un tramonto, di un esperimento scientifico, di un’opera d’arte, di noi stessi, lo schema rimane costante.

Pertanto anche il soggetto “ricercatore spirituale” usa lo stesso schema e quindi cerca il suo oggetto, l’illuminazione, in uno stato interiore e in un tempo, non ben identificati.

La situazione in cui si trova normalmente il ricercatore di sé assomiglia a questa storia sul maestro Nasrudin, che è solito fornire insegnamenti paradossali.

Nasrudin sta frugando nel terreno davanti a casa, in cerca di qualcosa che sembra molto importante. Un suo allievo che sta passando di lì, vedendolo inginocchiato nella polvere gli domanda: <<Nasrudin, hai perso qualcosa?>>.
Il maestro risponde: << Si, ho perso la chiave di casa>>.
L’allievo perciò chiede: <<L’hai persa qui fuori?>>.
<<No – risponde serio il maestro – l’ho persa là dentro>>.
L’allievo rimane perplesso e confuso dalla risposta. Perciò gli domanda: <<Ma, Nasrudin, allora perché stai cercando la tua chiave qui nella polvere, invece di cercarla dove l’hai persa, là dentro casa?>>.
Sempre serio, il maestro risponde: <<Perché là dentro è buio, mentre qui fuori c’è la luce>>.

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Ciò che avviene comunemente nella conoscenza, è un processo di distinzione, di separazione tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto, processo nel quale il soggetto stesso non è affatto esaminato. Si dà per scontato che esista senza tuttavia indagare chi e come sia.

Il fisico E. Schroedinger, che era anche un mistico, afferma a questo proposito:
Noi nell’oggettivare il mondo ne allontaniamo senza accorgerci il soggetto conoscente,
e… siamo poco disposti a renderci conto di questa circostanza.

Anche nelle pratiche spirituali troviamo la stessa dualità  soggetto-conoscente / oggetto-conoscibile.
Per esempio diciamo: <<io faccio yoga>>, oppure <<io faccio meditazione>> con l’intento di ottenere, nell’attesa della grande illuminazione, qualcosa tipo: calma, silenzio, pace, canalizzazioni, contatti con entità, ecc.

In questi casi il soggetto io fa qualcosa, un’azione tendente al raggiungimento di un obiettivo o oggetto, quale la pace o la calma, il contatto, ecc.

In questo processo di ricerca ci sono due presupposti nascosti, espressi sotto forma di convinzioni limitanti e precisamente:
* il primo presupposto è la convinzione che ci sia un io, un soggetto che faccia qualche cosa. Esso è dato per scontato come esistente nonostante s’ignori chi sia, come sia, o dove abiti. Si è tuttavia convinti che si trovi da qualche parte all’interno del corpo. Il suo indirizzo preciso però, manca; forse abita nella testa, oppure nel cuore, o nel plesso solare, o…

* il secondo presupposto nascosto è la convinzione che la calma o il silenzio siano stati che non si trovino nello stesso luogo dell’io, bensì da qualche altra parte, quindi in un luogo o stato diverso da quello in cui il ricercatore si trova nel momento.

Nella ricerca sull’illuminazione spesso si usano affermazioni come questa: <<faccio meditazione per raggiungere la calma>>.

Insieme con la convinzione riguardante lo spazio, il luogo – stato che si vuol raggiungere, ne appare sottesa un’altra riferita al tempo: la credenza che la calma o il silenzio si trovino in un tempo diverso dall’adesso, cioè in un tempo futuro. Pertanto, questo comporta l’azione del cercarli con qualche mezzo (la pratica specifica) che permetterà di trovare l’oggetto desiderato in un tempo futuro sebbene imprecisato.

E’ come se il ricercatore dicesse: <<adesso io (anche se non so chi sono) salgo sul veicolo della meditazione e vado a farmi un viaggio verso l’isola della calma, oppure no, oggi voglio andare nella foresta incantata (dove arriverò non si sa quando) per sentire il silenzio>>

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Come si diceva prima, la percezione duale soggetto–oggetto o “dualità primaria”, non è un problema connesso unicamente con la ricerca spirituale, anche se questa è stata la prima a occuparsene. La dualità primaria è un problema connesso con tutta la conoscenza umana.

Anche la fisica quantistica come la spiritualità, si è resa conto della necessità d’indagare questo dualismo primario ed ecco alcune delle conclusioni cui è arrivata.
Fritjof Capra ne scrive in proposito:
L’osservatore umano costituisce sempre l’anello finale nella catena di processi d’osservazione e le proprietà di qualsiasi oggetto atomico possono essere capite soltanto nei termini dell’interazione dell’oggetto con l’osservatore. Ciò significa che l’ideale classico di una descrizione oggettiva della natura non è più valido. Quando ci si occupa della materia a livello atomico, non si può più operare la distinzione cartesiana tra l’io e il mondo, tra l’osservatore e l’osservato. Nella fisica atomica, non possiamo mai parlare della natura senza parlare, nello stesso tempo, di noi stessi.

Nel divertente quanto sconcertante libro Alice nel paese dei quanti, Gilmore scrive:
Quando un osservatore vede una sovrapposizione di stati quantistici, ci si aspetterebbe che vedesse tutti gli effetti che conseguono alla scelta di stati presenti nella sovrapposizione. E questo è proprio quello che succede; un osservatore vede, in effetti, tutti i risultati; o meglio, un osservatore è lui stesso in una sovrapposizione di stati diversi, e ciascun stato dell’osservatore ha visto il risultato connesso con uno degli stati della miscela originaria. Ogni stato è semplicemente esteso fino a includere in sé l’osservatore nell’atto di osservare quello stato particolare.

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Il matematico G. Spencer Brown asserisce:
Ora, accade che il fisico che descrive un processo ne é a sua volta parte integrante. Egli è né più né meno che un conglomerato di particelle che obbediscono a quelle stesse leggi generali da lui scoperte e documentate.

Brown parla di un “conglomerato di particelle” perché si riferisce al livello in cui ancora s’individuano particelle, figuriamoci cos’accade nel livello in cui non esistono più particelle, in cui la sostanza materiale è inesistente!

Vediamo ora in che modo la conoscenza spirituale prende in considerazione il problema della dualità primaria.

7 (1)Nella tradizione spirituale, la dualità soggetto percepente–oggetto percepito è considerata un elemento caratteristico dell’ignoranza della verità o non illuminazione.

Com’è già stato evidenziato, qualunque pratica o disciplina s’intraprenda per la ricerca di sé, essa implica necessariamente un soggetto che faccia qualche cosa. Perciò, prima o poi si arriva al punto di svolta: la ricerca del soggetto, di colui che vuole ottenere qualcosa.

Ramana Maharshi, il noto saggio indiano, usa una divertente metafora per indicare il tentativo di usare pratiche diverse dalla ricerca diretta del Sé:
E’come un ladro che si fa poliziotto per catturare il ladro che è lui stesso.

La domanda fondamentale da porsi è:
<<Chi è questo io che vuole l’illuminazione?>>.

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Se si omette d’indagare chi sia questo io che pensa, vuole, fa, ecc, si resta purtroppo nell’ignoranza.

A questo punto appare chiaro che non si può procedere oltre. Nel processo d’illuminazione diventa necessario indagare chi sia questo soggetto, questo io che ne è alla ricerca, vuole raggiungerla, realizzarla.

La situazione empirica più indicata a tal fine è lo stato meditativo. Se anche tu desideri sperimentare, fai la tua esperienza prima di leggere la descrizione che segue. E’ necessario solamente assumere una posizione comoda e chiudere gli occhi, osservando che cosa percepisci internamente.

9 (1)Davanti all’occhio interiore si apre un campo che contiene una specie di schermo sul quale compaiono di volta in volta oggetti diversi: pensieri, immagini, sensazioni, emozioni. Lo schermo rimane fisso ma ciò che vi si riflette, una specie di film, è continuamente mutevole.
Di fronte allo schermo sembra esserci un soggetto, l’io, situato per il momento nella testa, da qualche parte dietro gli occhi e tra le orecchie, che osserva lo spettacolo e lo ascolta chissà, attraverso una cuffia virtuale. Stiamo parlando dello stesso soggetto che nel viaggio precedente andava in vacanza nelle isole vicine alla terra dell’illuminazione. Questa volta “mister io” si trova nella sua sala cinematografica privata. Tra lui e il film proiettato sullo schermo, sembra esserci l’attenzione grazie alla quale “vive” l’oggetto che di volta in volta vi compare. In altre parole, l’attenzione dà “vita” alle cose percepite. Infatti, se si distoglie l’attenzione da qualcosa, questa smette di esistere, ritornando nel nulla da cui è apparsa. Ecco un esempio: in questo momento la tua attenzione dà “vita” alle parole che stai leggendo. Distogli l’attenzione e ponila invece, per qualche secondo, su un oggetto presente nell’ambiente in cui ti trovi.
Ebbene, ora che sei ritornato a interessarti a questo scritto, ti sarai reso conto che le parole precedenti non c’erano più, erano “morte” per te; l’oggetto cui avevi dato attenzione stava invece “vivendo”, quando solo un attimo prima era inesistente. In questo processo l’attenzione sembra essere la “colla” che unisce il soggetto all’oggetto.
Continuiamo la ricerca riportando l’attenzione sul soggetto che cerca l’illuminazione. Ora l’indagine si fa più interessante ma anche più intrigante. L’attenzione cambia direzione dallo schermo verso “mister io”. Dopo un po’ di tempo ci si rende conto che all’attenzione continuano a comparire sempre e solo oggetti, ma non “lui”.
<<Appare un pensiero… “sole”. Sarà lui?>>
<<Eh, no, questo non può essere il “mister” perché c’è qualcuno che lo percepisce; no, proprio non è lui>>.
<<Ecco, ora c’è una sensazione di calore!>>.
<<Macché, non può essere neanche questa il ricercato>>.
<<Un colore, ecco c’è il colore viola!>>.
<<Sbagliato, non è lui il ricercato perché c’è qualcuno che lo vede>>.
<<Forse è il suono che si sente nel silenzio>>.
<<Purtroppo, non è neanche questo, perché c’è qualcuno che l’ascolta>>.
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Ebbene, come ti sarai reso conto dalla tua esperienza diretta, per quanto si possa cercare il soggetto, il nostro “mister io” non si trova da nessuna parte.

Se pensavi che fosse il corpo, avrai anche capito che non può esserlo, poiché “tu” lo puoi vedere, toccare. Se fosse la mente, cioè i pensieri, “tu” li puoi percepire; questo vale anche per le emozioni, sensazioni e qualsiasi altra cosa percepibile.

Tu, colui che vede, sente, ascolta, non puoi essere ciò che vedi, senti, ascolti.
La conclusione cui si arriva è che:

IL SOGGETTO NON ESISTE COME “ENTITA” PERCEPIBILE

In sostanza, qualsiasi cosa si possa percepire sarà sempre un oggetto, una cosa, non il soggetto che percepisce. Egli, nella percezione, non appare mai. Sarà andato in vacanza lasciando al suo posto un fantasma!

Amnesiac Association Door.

Amnesiac Association Door.

La ricerca del soggetto assomiglia molto a questa storia zen:
Un monaco dall’aria felice corre cercando il maestro. Finalmente, lo trova e con un filo di voce gli dice:
<<Maestro, sono riuscito a sperimentare il nulla!>>
Il maestro, rude e senza peli sulla lingua, risponde:
<<Torna a meditare, stupido, hai mancato il punto: se è un’esperienza, come può essere il nulla!>>.

Chiunque, come te, intraprenda l’indagine per cercare l’io, arriva allo stesso risultato: non esiste alcun’entità separata o io, alcun soggetto individuale. Infatti, come saggiamente istruiva Ramana:
Cercalo, e l’ego scompare.

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Questo è a dir poco sorprendente! Andando alla ricerca di sé si pensava di trovare qualcosa, di diventare “migliori” e invece, si arriva addirittura a perdersi. Niente più io!

Che cosa è accaduto? Si è partiti dall’idea che esista una situazione consolidata, consistente in un soggetto che percepisce da una parte e gli oggetti che sono percepiti dall’altra, e si è arrivati a perdere una delle parti interessate. La più importante, peraltro! Tutto questo può essere sconcertante!

Forse tu, come persona razionale, potresti dire:
<<Aspetta un attimo! Posso essere d’accordo sul fatto che finora abbia usato una serie di convinzioni limitanti rispetto alla meditazione o altro. Ok, adesso sono disposto a cambiarle con altre liberatorie. Ma non vorrai farmi credere che io non esisto. Come puoi dirlo, se sono qui a leggere quest’articolo?>>.

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A questo punto ti aspetti probabilmente una risposta; invece, ti è rivolta una domanda:
<<Ti sei mai chiesto da dove ti viene questa convinzione di essere un soggetto individuale, un’entità distinta e separata, un io? In sostanza, come ci sei pervenuto?>>
Di questo si parlerà in un prossimo articolo. Nel frattempo, potresti meditare!


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