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Come si può capire se una persona è illuminata?

 Giulia Jordan, Come si può sapere se una persona é illuminata?

La risposta a questa domanda posta durante un satsang, viene riportata e condivisa a beneficio dei ricercatori spirituali, indipendentemente dalla Via che seguono.

Espressa o no, la domanda s’impone alla mente del ricercatore con grande rilievo.

Essa evidenzia sia il livello mentale del richiedente, sia le motivazioni e il condizionamento sottostante alla domanda.

Il ricercatore spirituale, non solo ritiene d’aver bisogno d’illuminazione, libertà o moksha, ma, molto spesso, ha anche una certa idea delle caratteristiche di una “persona illuminata” o del “livello d’illuminazione” raggiunto da tale persona.

Prendiamo in considerazione le motivazioni.

In genere, la domanda viene fatta sulla spinta di due motivazioni fondamentali.

La prima, per sentirsi rassicurati sulla propria capacità di riconoscere o meno una persona illuminata.

La seconda, come provocazione. Essendo rivolta a una guida spirituale, tale domanda ne sottintende un’altra: <<ma tu, sei illuminata?>>

Il bisogno di sicurezza è uno dei bisogni fondamentali della personalità. La sicurezza, in questo caso, è connessa con la fiducia in un altro essere umano, la guida o il maestro, che possa dare garanzie circa il suo “livello spirituale”. Mostrare, insomma, la sua “laurea” in illuminazione, liberazione, autorealizzazione, ecc.

Il presupposto da cui parte il ricercatore, è non solo d’aver bisogno d’illuminazione, libertà o moksha, ma anche che la “persona illuminata”, abbia certe caratteristiche che lui o lei sia in grado d’individuare, o di poter valutare il “livello d’illuminazione” di un’altra persona.

Il ricercatore crede che l’illuminato sia una “persona speciale,”  magari con qualche cosa in più, tipo una conoscenza speciale o qualche siddhi, o che abbia “raggiunto” la tanto agognata méta, che si sia “laureato” in materia, ma pur sempre una persona.  Inoltre, tale ricercatore si aspetta e spera di poter acquisire informazioni, conoscenze “segrete” o riservate a pochi, di ricevere un “dono” o comprendere “qualcosa” che gli permetterà di “raggiungere” la tanto agognata meta della liberazione.

Chi fa la domanda come provocazione, è mosso invece da uno stato di frustrazione, causato dal aver fatto tante pratiche, sforzi, seguito tanti maestri e vie e non aver ancora avuto il suo ambìto “premio.”

In entrambi i casi, però, il ricercatore non è in grado di verificare se l’insegnante, la guida o il maestro sia o no una “persona illuminata”, a meno di trovarsi nello stesso stato o li vicino.

Com’è possibile, vi chiederete?

La natura stessa dell’illuminazione, porta in sé questo impedimento.

Giulia Jordan, la verifica... dell'illuminazione

Qualsiasi sforzo, pratica o sadhana  possa essere fatta per illuminarsi, non porterà mai alla méta. Sarebbe come camminare nella direzione sbagliata, pur essendo sulla strada giusta, o dissipare l’oscurità agitando le braccia. Come dicono i saggi, non puoi afferrarla, ma non puoi nemmeno evitarla.

Infatti, l’illuminazione è questione di comprensione, non di “fare” qualcosa.

Di quale comprensione stiamo parlando?

L’illuminazione o liberazione è la comprensione-percezione di essere già quello che stiamo cercando. “Il cercatore è il cercato”, come dice Nisargadatta Maharaj.

Si tratta di ri-conoscere lo stato naturale che è sempre presente e che da bambini, prima dell’identificazione con il corpo-mente e l’entrata nel campo della sofferenza, era il nostro normale stato.

Comprensione – percezione, questo  è il “fare” efficace  per Essere.

Come possiamo quindi, “raggiungere”, noi stessi?

Come diceva Ramana Maharshi, “sii ciò che sei”!

Che cosa vuole dirci Ramana con questa affermazione? Noi siamo, cioè esistiamo, siamo vivi. Questo è il nostro stato naturale: essere, esistere o, in altre parole, noi siamo la coscienza, la presenza conscia che si manifesta attraverso un particolare corpo-mente, dotato di certe caratteristiche. Questa coscienza che siamo è priva di forma, colore, odore, sapore, consistenza. Non è un oggetto. E’ il soggetto. Ed è un soggetto universale o impersonale, non individuale. 

Se siamo già ciò che siamo, come possiamo quindi esserlo attraverso sforzi, pratiche, conoscenze, ecc.? Lo siamo sempre, indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli oppure no.

Questo stato d’essere, questa coscienza, il soggetto che siamo, non può essere percepito; se lo fosse, sarebbe un oggetto e non il soggetto percepente. Si può quindi solo essere quello che siamo, non diventare, raggiungere, realizzare, divenire. Questi sono termini che appartengono alla personalità, all’io o corpo-mente, all’oggetto, insomma, e non al soggetto.

L’illuminato, semplicemente lo sa, lo è.

La comprensione- percezione è anche quella che non esiste alcun individuo o persona, alcuna entità individuale separata e distinta dalla Totalità dell’esistenza. Tutto è Uno, tutto è nell’Uno, nessun essere o cosa può esistere indipendentemente dalla Totalità. Tutto ciò che esiste, è unito, interconnesso e interdipendente.

Ma, siccome la ricerca avviene attraverso l’individuo, quando la coscienza fa emergere la consapevolezza che non esiste alcun individuo inteso come entità separata dalla Totalità, allora la coscienza stessa riconosce la sua impersonalità o neutralità e quindi l’assenza di un qualche “individuo illuminato”. In pratica, ci si rende conto che l’entità con cui si era identificati durante la ricerca, quell’io che voleva l’illuminazione, non è mai realmente esistita.

Che cosa esiste, quindi?

Solo l’Uno esiste, questa Totalità indivisa, questa Coscienza che si manifesta attraverso tutte le forme che essa stessa ha creato, mantiene e distrugge e che é, in effetti, tutte le forme.

Pertanto, chiedere come si può capire se una persona è illuminata, è come chiedere a una donna:

<<ma tu, come sai che sei una donna?>>

Ciò che rimane, in attesa della comprensione-percezione, è fidarsi… di se stessi, di ciò che si percepisce nel cuore.

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